sabato 19 giugno 2010

Di impresa, università, federalismo e gattopardi

Riforme, riforme, riforme. Sono nell'agenda di tutti i governi che abbiamo avuto negli ultimi vent'anni, ma più si parla di riforme e meno si ha l'impressione che si riesca a cavare un ragno dal buco. Sarà nel carattere nazionale italiano ficcarsi in problemi talmente complicati che nessuno riesce a risolverli? C'è da noi una vischiosità, una resistenza al cambiamento, un immobilismo congenito, così forte che qualunque sforzo di cambiare le cose, per quanto animato da nobili ideali, fallisce come una carica di Don Chisciotte con Ronzinante invischiato nella melassa di un malefico Gattopardo? C'è un principio metafisico, un'inerzia ontologica, insita nelle cose di casa nostra? Tre esempi.

La semplificazione per le imprese. Ci si crede ancora, tant'è vero che la propaganda di questi giorni ci propone un roseo futuro di libertà d'impresa, all'insegna della "Scia" (Segnalazione certificata di inizio attività). Tuttavia, ricorda Carmine Fotina sul Sole 24 Ore di oggi, ci si arriva dopo diciotto anni di tentativi, tra sportelli polifunzionali e sportelli unici, tra impresa in un giorno e comunicazione unica. Diciotto anni in cui siamo rimasti a fondo classifica in tutti i ranking internazionali su tempi e costi di avvio di attività imprenditoriali. (E questo per le nuove imprese; vogliamo parlare dei lacci e lacciuoli per le imprese esistenti?)

La riforma dell'università. Messo a regime un "tre più due" che ha sortito l'effetto esattamente opposto a quello desiderato (i laureati italiani arrivano sul mercato del lavoro un anno più tardi, anziché un anno prima), si è cominciato a mettere mano ad altri mali del nostri sistema universitario, come le modalità di reclutamento del corpo docenti, e a tentare di introdurre qualche timido parametro di qualità della performance accademica nell'allocazione di una minima quota dei fondi destinati all'intero carrozzone. Ma l'iter della riforma presentata nel novembre 2008, e attualmente in lavorazione al Senato, vedrà la Camera al lavoro sul tema presumibilmente non prima di gennaio 2011; cosicché viene da concordare con Francesco Giavazzi quando oggi si chiede sul Corriere della Sera se si debba leggere l'inerzia di Governo (che pure su altri temi non si è fatto scrupolo di usare il voto di fiducia) e Parlamento come una deliberata strategia perché i nostri figli "continuino a guardare la TV e non leggano troppi libri, così non si faranno venire strane idee."

Il federalismo. E' di ieri la notizia che al ministro per le Riforme (Bossi), a quello per l'Attuazione del programma di governo (Rotondi), a quello per la Semplificazione legislativa (Calderoli) e a quello per gli Affari regionali (Fitto) si è pensato bene di aggiungere un ministro per l'Attuazione del federalismo. Essendo il federalismo la principale riforma promessa dal governo in carica, il cuore del programma di governo, e il principale affare regionale di cui il governo ha dichiarato di volersi occupare, il neoministro Brancher dovrebbe forse mandarne in pensione altri tre (si salverebbe solo Calderoli, che ha altre cose da semplificare); ovviamente non sarà così.
Rimango convinta che il federalismo, per quanto interessante in principio, da noi sia infattibile nella pratica. Il federalismo può funzionare solo ed esclusivamente in due casi: (a) quando uno Stato nasce federale (la Svizzera, gli Stati Uniti D'America); (b) quando uno Stato, come la Germania postbellica, viene rifondato dalle macerie di una catastrofe che ne ha fatto crollare le istituzioni e azzerato la classe dirigente. In tutti gli altri casi il federalismo aggiunge un nuovo livello di "mangia mangia" per tutti, senza intaccare costi e sprechi del sistema su cui si innesta. Ditemi se a vostro parere nell'Italia di oggi possiamo aspettarci qualcosa di diverso. Ora, tra tenerci uno Stato un po' troppo accentratore e augurarci un'altra apocalisse come l'ultima guerra mondiale per annullare tutta l'infrastruttura di governo odierna e ripartire da un foglio bianco, non sono sicura che dovremmo preferire la seconda opzione.

Dalla cronaca di tutti i giorni si ha la sensazione, forse erronea, che i problemi italiani siano intrinsecamente più intrattabili di quelli altrui. (Poi si può sostenere che i nostri leader stiano affrontando le giuste priorità per il bene del Paese o meno, ma questo è un altro discorso.) Se sono più difficili (perché abbiamo più incrostazioni, più squilibri, più rendite di posizione, più gattopardi o altro), davvero dovremmo tirare fuori tutti i migliori talenti che l'Italia è capace di esprimere e metterli al lavoro per aggiustare tutto quello che non funziona. (Era un po' l'idea delle delivery unit, lanciata da Abravanel due anni fa e mai ascoltata.) E anche se non lo sono, che cosa stiamo aspettando?

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